6 consigli per i brand che vogliono connettersi con la Generazione Z attraverso la musica

  • I brand vogliono sempre più connettersi con la nuova Generazione Z: il consumatore ha acquistato potere, influenzando e dettando regole per i marchi
  • I ragazzi della Generazione Z sono i giovanissimi nativi digitali, sono cresciuti tra crisi economica, hanno vissuto stragi e attentati, e risultano meno inclini a restar concentrari su una singola cosa
  • La musica riesce a parlar dei brand ai giovani, esprimendo la voce delle generazioni del momento

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Quante volte da ragazzini ci siamo abbandonati ad un pianto disperato e siamo stati ignorati dai nostri genitori perché volevamo assolutamente quel paio di scarpe griffato? In classe tutti lo avevano, dopo pochi mesi, tutti lo lasciavano a ingiallire nella scarpiera perché, intanto, era uscito un altro modello, anch’esso causa di un nuovo versamento, isterico, delle nostre lacrime.

C’era una volta il brand

I celeberrimi Millennial, la Generazione Y, insomma i nati tra il 1981 e il 1996, sono cresciuti in un clima di dotti lacrimali secchi per i troppi pianti e influenzati massicciamente dal potere che i brand avevano su di loro. I Millennial sono stati definiti “fregati” per colpa di questi tempi incerti. Nati e cresciuti, fino ad un certo punto, in un clima di benessere, motivati da frasi come “puoi ottenere qualsiasi cosa”, assillati dai propri genitori con i loro desideri, le loro convinzioni sulla vita, la favola del “posto fisso”, il lasciapassare di una laurea che sarà l’unica garante di un lavoro decente.

Questi ragazzi e ragazze tra i 23 e 38 anni, si sono ritrovati a vivere una realtà che non corrisponde alla storiella raccontata e, auspicata, da mamma e papà, ma sono stati catapultati in un mondo a tratti nero come le notti di Salem, con tanta paura di fallire, ma anche tanta voglia di rivalsa.

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Nonostante tutto sono cresciuti, hanno studiato, o studiano ancora, lavorano, svolgono anche più lavori contemporaneamente perché hanno imparato, per necessità, ad essere flessibili e multitasking, ogni tanto hanno un crollo di nervi, fanno aperitivi, si spostano coi mezzi, vivono in monolocali affittati in periferia e, fino a qualche tempo fa, erano nel mirino di tutte le aziende.

I Millennial si portano da bambini questo attaccamento ai brand, certamente i tempi non sono tanto rosei, ma se si sentono rappresentati da un marchio, continuano a seguirlo, anche se sono aperti a nuove opportunità. Ma i brand non possono più contare sulla loro fedeltà, gli anni passano, i modi di comunicare i prodotti sono stati stravolti con i social e continueranno a cambiare alla velocità della luce. I marchi stanno studiando nuovi modi di arrivare alle persone, nuovi approcci per una nuova tipologia di cliente.

È in atto una vera e propria rivoluzione: non sono più i brand a influenzare i consumatori, ma viceversa, sono i clienti a dettare le regole che i marchi devono seguire. E chi sono questi nuovi clienti? La generazione successiva ai Millennial, la Generazione Z.

Chi sono i ragazzi e le ragazze delle Generazione Z

Sono giovani, giovanissimi. Sono nati e cresciuti in un mondo iperconnesso, senza barriere, e supertecnologico. Hanno un rapporto stretto con Internet, conoscono alla perfezione dispositivi come smartphone o tablet. Hanno visto stragi, attentati, cambiamenti sociali radicali, muri edificati, paura, odio e crisi economica.

Sanno che vivere e crescere in questo mondo non sarà facile, perché sono bombardati da questo genere di informazioni ogni giorno, sono connessi con il mondo, sono veloci, abituati in tenera età al cambiamento. Questo continuo bombardamento di stimoli li rende anche meno inclini a restare concentrati su una singola cosa, e questo i brand lo hanno capito.

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 Cosa vogliono dai brand?

L’agenzia Havas ha dichiarato che il 77% dei marchi potrebbe scomparire e a nessuno importerebbe nulla. I brand non hanno molta rilevanza per i consumatori e oggi l’acquisto è un atto politico.

I consumatori desiderano contenuti significativi, utili e pertinenti dai marchi, non solo avere prodotti in grado di offrire vantaggi funzionali. Le aziende non dovrebbero preoccuparsi di essere il marchio più grande, ma piuttosto di comprendere le aspettative dei clienti. Ci sono tre aree da considerare: funzionale, personale e collettiva. Un prodotto è funzionale quando fa quello che dice, mentre a livello personale, i consumatori vogliono sapere come i marchi possono migliorare la loro qualità della vita. A livello collettivo, sono alla ricerca di marchi che lavorano su iniziative che incidono sulla società, migliorandola.

Le aziende oltre ad offrire un prodotto o un servizio, devono essere utili non solo al singolo, ma alla collettività, soprattutto ora che la crisi ambientale è diventata l’argomento più discusso.

Le persone cercano autenticità e interazione umana nei contenuti. Per parlare lo stesso linguaggio dei suoi giovani consumatori, le imprese stanno dirottando i propri investimenti verso un campo molto vicino alla Generazione Z: la musica.

Entro il 2030 infatti, i brand spenderanno oltre 5 miliardi di dollari nel settore musicale.

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La musica salverà i brand?

La musica ha sempre espresso la voce delle generazioni del momento, l’alleata durante i periodi di profonda crisi, ma anche la colonna sonora dei nostri momenti felici. Può dunque la musica parlare di un brand ai giovani? Sembra proprio di sì.

Ecco sei consigli da non sottovalutare.

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Lasciar libero l’artista di essere creativo

Donald Glover, conosciuto meglio come Childish Gambino, è un artista completo che ci lascia ogni volta senza parole. Ha presentato in modo ufficioso, in anteprima allo scorso Coachella, le nuove Adidas. La sua collezione reinterpreta tre classici modelli: le Nizza, le Continental 80 e le Lacombe, proponendone in una versione in tela bianca. Lo spot realizzato racconta una storia, quella delle scarpe, un paio di sneaker sporche e consumate che, insieme a chi le porta, hanno vissuto delle esperienze che hanno dato valore alla vita del protagonista.

Perché gli eroi siamo noi e il valore che abbiamo non dipende dalle cose che indossiamo, in questo caso le scarpe, ma dalle nostre azioni. Il messaggio del rapper arriva dritto al punto, senza troppi giri di parole, e conquista. La scarpa è ridotta all’essenziale come un’anima imperfetta che ha ancora tanto da raccontare.

Essere certi che l’artista sia in linea con il concept del brand

Conosciamo tutti le manie di grandezza di Amazon e il suo interesse a voler essere il primo in ogni campo, anche in quello musicale. Il colosso di Jeff Bezos ha da poco annunciato che organizzerà un festival di musica, arti e tecnologie a Las Vegas, il 6 e il 7 Dicembre, dal nome Intersect, a cui parteciperanno tantissimi artisti. Tra i vari personaggi, c’era anche il nome The Black Madonna, dj americana, produttrice e musicista, che si è mostrata fortemente contrariata della sua partecipazione e lo ha fatto sapere, in toni per nulla pacati, tramite un tweet.

The Black Madonna si è sentita raggirata perché non hai mai voluto legarsi a nessun brand e non condivide nulla con Amazon, inoltre ha aggiunto che le persone che l’hanno invitata a partecipare a questo festival, non hanno mai fatto menzione di essere addetti di Bezos.

Il suo nome è stato repentinamente depennato, ma l’azienda ha dichiarato che lei lo sapeva benissimo chi fossero. Probabilmente la verità verrà a galla, ma ciò che i brand devono aver presente, se vogliono collaborare con qualcuno, è accertarsi che a questa persona piaccia il proprio concept, non solo ciò che offre.

Occhio ai manager

I manager sono gli occhi e le orecchie dell’artista. Negoziano i contratti, li fanno firmare, li possono respingere e, se non sono attenti, se saltano qualche passaggio, faranno fare all’artista tutto il contrario di ciò che era stato stipulato. Le aziende che collaborano con gli artisti, devono controllare tutto, anche i manager. Non è la prima volta che assistiamo a qualche contratto fatto a brandelli perché non ne sono stati rispettati i vincoli contrattuali. Un incubo assolutamente da evitare per entrambe le parti.

A ognuno il suo ruolo

In un team che andrà a supportare l’intera campagna, ognuno avrà un ruolo preciso, riuscire a coordinare tante teste non sarà per niente facile. È fondamentale per non impazzire, stabilire i ruoli di tutti, dagli agenti, al tour manager, ai legali e agli editori, per realizzare una fruttuosa collaborazione in una squadra che può contare anche più di 40 persone.

Conoscere bene il mercato

Prima di ingaggiare un artista, bisogna essere certi sul compenso richiesto perché si può incappare in errori che possono costare molto all’impresa. È importante tenere presente il cachet dell’artista, quanto si vuole spendere per la campagna e dove investire più soldi. Bisogna avere di fronte il quadro generale della situazione e gli obiettivi da raggiungere, per evitare fallimenti e non poter creare poi nuovi, proficui progetti.

Non sottovalutare gli artisti emergenti

L’esperienza conta, è una garanzia, ma mai sottovalutare i nuovi volti del panorama musicale. Questi ragazzi vivono una vita molto più veloce delle generazioni precedenti. Sono più fluidi, vivono bene il cambiamento, si adattano e sono come i serpenti, mutano la pelle per migliorarsi, e non hanno paura di farlo. Lavorano sodo, studiano e rispettano le proprie fragilità senza preoccuparsi troppo di essere giudicati, perché lo sanno che saranno costantemente criticati, ma va bene così.

Ultima cosa, non dimenticare mai il peso dei social media, veicoli indispensabili di un mondo che corre e non si ferma mai. Restare fedeli a sé stessi, rispettando le aspettative dei clienti, è la vera sfida.

Source: marketing

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