Scopriamo di più su WT:Social, il progetto del fondatore di Wikipedia che punta a diventare l’anti-Facebook

  • I social network son diventati mezzi indispensabili nel nostro quotidiano ma spesso rischiano anche di distorcere la realtà
  • Jimmi Wales, fondatore di Wikipedia, ha lanciato un modello di business per i social network: eliminare le ads
  • WT:Social è già diventato l’anti-Facebook?

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Siamo stati abituati dal digitale a un concetto fasullo di gratuità. Internet è gratis, i motori di ricerca lo sono, né paghiamo per utilizzare alcune delle app che apriamo più spesso, in particolare i social network.

È tutto gratis, è tutto dovuto. Eppure la lezione più antica del mondo è: “niente in cambio di niente”, giusto?

E infatti, ormai tutti lo sappiamo, paghiamo con i nostri dati. Un saccheggio quotidiano e costante, che nel migliore dei casi finisce nelle mani delle multinazionali, per profilarci meglio e bombardarci con le pubblicità giuste a cui saremo interessati. Nel peggiore…

Nel peggiore? Non lo sappiamo in realtà. Perché il confine tra lecito e non, è una linea sottile. Quasi invisibile. Una linea che è appannaggio di poche persone, come Zuckerberg, attraversare o meno.

E per quanto scandali come Cambridge Analytica ci abbiano fatto annusare quanto possa essere non etica la condotta delle piattaforme a cui affidiamo le nostre vite digitali, la verità più profonda giace ancora in abissi che non possiamo davvero conoscere.

Ma come potrebbe essere diversamente? In fondo non esistono alternative. Social network come Facebook sono diventati un mondo in cui, specialmente in certi contesti e professioni, “non si può non esserci“, e hanno consacrato come unica possibilità di esistenza questo modello di business fintamente gratuito.

Orribile in realtà, perché lo scopo ultimo di queste piattaforme è catturare l’attenzione dell’utente, lo strumento attraverso cui riescono poi a profilarci.

Naturalmente, è poi chi utilizza le piattaforme a utilizzare lo strumento in modo distorto pur di raggiungere l’obiettivo di cui abbiamo appena parlato: ecco qui quindi fake news, clickbaiting, attacchi e insulti gratuiti, etc etc.

E sembra che non ci sia niente che possiamo davvero fare per fermare questi comportamenti.

E se ci fosse un modello di business diverso per i social?

Io faccio le cose non per i soldi ma perché mi interessano, perché vedo un problema e voglio trovare una soluzione. Come con i social: ho pensato, ‘chissà cosa succederebbe a un social senza ads‘, e così ho provato a realizzarlo”.

A parlare non è Batman né qualche supereroe della Marvel, ma Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Ovvero della piattaforma che ha mandato nello stesso posto in cui sono finiti i dinosauri giganti come l’Enciclopedia Britannica. Come? Semplicemente cambiando il modello di business di un’idea consolidata, e mettendo tutto il potere in mano alle persone.

E proprio dalle sue labbra, al World Business Forum 2019, ho sentito raccontare un’idea, un progetto, che mi ha dato i brividi. Una parola sussurrata, un concetto apparentemente minuscolo ma che può cambiare tutto: un social senza pubblicità.

Questo è, alla base, il progetto a cui da due anni Wales sta lavorando, e che è stato in grado di passare in una settimana da 1.500 utenti a 25.000; e secondo quanto recentemente riportato dal Financial Times siamo già più vicini ai 200.000.

Perché se vogliamo considerare i social in qualche modo “il demonio del mondo”, la pubblicità ne è la mano destra. Almeno nella visione di Wales.

È a causa della pubblicità, fonte di reddito su cui si basano i social tradizionali per poter mantenere la finta gratuità agli utenti, che i nostri dati vengono saccheggiati e venduti. È a causa della pubblicità che la qualità dei contenuti, di qualsiasi tipo ma in particolare quelli giornalistici, si è abbassata drasticamente a favore di notizie false e titoli acchiappa-clic.

Togli la necessità della pubblicità, cambia il modello di business, e sanerai il sistema. È questa la promessa, e la sfida, di Jimmy Wales e della sua nuova società for profit, staccata da Wikipedia ma pur sempre figlia di una sua costola: il modello di business basato sulle donazioni.

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Benvenuti nell’era dei social a pagamento

“Il modello di business di Wikipedia è unico: non c’è nessun incentivo a far cliccare di più, non includiamo contenuti immondizia perché non ne abbiamo bisogno. L’unico incentivo è prendersi cura del lettore, della sua mente, perché questo porterà più donazioni. Paghi se pensi che Wikipedia sia utile per la tua vita”, ha spiegato Jimmy.

Proviamo a prendere questo principio, applichiamolo ai social network: ecco a voi Wiki Social Tribune, o WT:Social. Un progetto utopico ma possibile, visto che basta un utente ogni 200 che faccia una donazione per renderlo sostenibile. 

Si può condividere ciò che si vuole, ogni giorno vengono create notizie e aggiornati i contenuti. Tutta la comunità ha totale controllo sulle notizie, come su Wikipedia, che si possono modificare o aggiornare. È tutto basato sul fact-checking, sia quello di chi scrive che quello di chi legge.

Il fulcro della piattaforma sono quindi i contenuti di qualità, estremamente targettizzati e specifici. Non in base a ciò che decide un algoritmo, ma alla scelta degli utenti stessi: ognuno può iscriversi ai “sub-wiki” che preferisce e seguire gli argomenti che gli interessano.

Qual è il prezzo, per poter partecipare a tutto ciò? Circa 20 euro all’anno. Solo se vuoi, almeno al momento: non si deve pagare necessariamente, è una fase di test, per ora è più importante raggiungere nuove persone, e per questo è possibile evitare il pagamento a patto di invitare alcuni amici.

“Magari cambieremo il sistema, ancora non lo sappiamo; la cosa divertente è che siamo proprio all’inizio, lo abbiamo lanciato soltanto poco tempo fa. Iscriversi ora è la cosa più bella, perché ci sono tante possibilità di miglioramento visto che è un prodotto grezzo, e chiunque può parteciparvi”.

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WT:Social e la sfida a Facebook

Insomma, WT:Social pare davvero essere l’anti-Facebook. E Jimmy non fa mistero di ciò che pensa del fondatore della piattaforma a cui vuole fare spietata concorrenza.

“Mark ha un grado di controllo sulle vite di milioni di persone che è inquietante. Non penso che voglia distruggere la democrazia, questo no, ma in qualche modo il suo modello di business rischia di farlo. Mark potrebbe fare un annuncio anche domani, dire che non accetterà più soldi dalle ads perché non è etico; potrebbe farlo e nessuno direbbe nulla, non perderebbe la sua posizione né presumibilmente iscritti al sito. Potrebbe facilmente cambiare il suo modello di business in favore di qualcosa di più sostenibile e rispettoso. Eppure non lo fa”.

Ma secondo Jimmy, e non è l’unico a pensarlo, potremmo star finalmente arrivando a un nuovo gradino nella scala evolutiva digitale della nostra specie. Quella in cui gli utenti sono effettivamente disposti a pagare per la qualità di ciò che ottengono.

Ormai le persone sono scettiche, non si fidano più dell’informazione gratuita, ne conoscono i pericoli e per questo riconoscono un valore economico ai contenuti di qualità.

Effettivamente il giornalismo sta andando in questa direzione, con l’introduzione sempre più pervasiva degli abbonamenti. Ma anche in altri ambiti si sta nuovamente affermando l’idea, perfettamente lecita ma per qualche strano motivo dimenticata, che per la qualità sia necessario pagare. 

Basta guardare cos’è successo in campo musicale: dopo il periodo d’oro dei dischi, con l’avvento della musica pirata molti hanno smesso di pagare per ascoltare i propri brani preferiti, mandando un intero ecosistema in crisi.

Oggi Spotify è riuscito a invertire la tendenza: certo, puoi avere la musica gratis, fai pure, noi non ti ostacoliamo. Però ti becchi la pubblicità, e cercheremo di renderla quanto più invasiva e fastidiosa possibile. Vuoi toglierla? Nessun problema, basta che ci lasci i dati della carta di credito.

È il modello “freemium”, che sta davvero rivoluzionando il mondo dei servizi. E ora, anche quello del giornalismo. Perché quindi non quello dei social?

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In fondo, siamo sinceri: se ce ne dessero la possibilità, proprio come fa Spotify, non saremmo felici di pagare qualche euro al mese per utilizzare i social e le app che usiamo quotidianamente?

Per non ricevere pubblicità invasive. Per ricominciare a vedere su Facebook ciò che ci interessa, e non ciò che qualcuno ha pagato per farci vedere. Per riprendere in mano le nostre vite digitali, e non lasciare che sia un algoritmo a deciderne. Per non dover più avere paura di cosa faranno con i nostri dati.

Io sì, e sentendo Jimmy parlare al Wobi, ho iniziato a pensare a quanto cambiare i modelli di business delle cose che siamo abituati a utilizzare potrebbe essere travolgente in tutti i campi, dalla musica al giornalismo, dai social media ai motori di ricerca.

Persino, perché no, nella politica. Wikipedia potrebbe forse fare scuola anche in quello:

“Per garantire la salute dell’Enciclopedia Libera c’è una comunità davvero solida, in cui ogni partecipante si sente partecipe e vuole che il risultato sia il migliore possibile. Noi ad esempio non votiamo; non ci crediamo, sarebbe troppo difficile garantire la correttezza del voto, bisognerebbe stare molto attenti agli account falsi, etc. Per prendere decisioni, utilizziamo un altro sistema. Quando ad esempio dobbiamo decidere se cancellare un contenuto o meno, ci riuniamo e ciascuno dà la propria opinione supportata da motivazioni; sarà l’amministratore poi a decidere, in base non ai voti ma alla validità dei motivi”.

Source: marketing

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