Sempre più persone scelgono una alimentazione Plant-Based food (e non è sinonimo di vegan)

  • La filosofia alla base dell’alimentazione plant-based pone le fondamenta sull’eco-sostenibilità e sulla tutela della biodiversità
  • Ciò che la discosta da una dieta vegetariana o vegana è il rifiuto di qualsiasi alimento lavorato industrialmente e la volontà di recupero di tradizioni culinarie fortemente radicate sui territori

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La crescita della consapevolezza in merito alle criticità delle attuali politiche alimentari, ha generato la nascita nuove tendenze orientate alla sostenibilità, prima tra tutte quella nota come plant-based diet, spesso confusa con diete di tipo vegetariano o vegano.

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In realtà, l’alimentazione cosiddetta plant-based food pone le fondamenta su una filosofia diversa da quella vegan e nasce in risposta ad una crisi ambientale, culturale e sociale senza precedenti, con un focus sulla sostenibilità e uno sfruttamento delle risorse nel rispetto dei naturali bioritmi.

Negli ultimi anni si continua a parlare sempre di più della necessità di una svolta sostenibile e un radicale ripensamento degli attuali stili di vita delle popolazioni dei paesi industrializzati, nell’ottica di una redistribuzione delle ricchezze su scala mondiale e sopratutto della salvaguardia dell’ambiente.

Diversi studi divulgati negli ultimi anni, hanno individuato proprio nel cibo e in un cambiamento delle politiche alimentari il punto da cui ripartire per far fronte a un’emergenza ambientale e politica che non può più essere ignorata.

Le direttive previste dagli accordi internazionali dovrebbero porre al centro la tutela della biodiversità e la valorizzazioni delle culture locali, favorendo la produzione alimentare su piccola scala, al fine di preservare l’integrità degli ecosistemi.

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Plant-based diet, un trend in crescita

La prima cosa da sapere è che la filosofia alimentare plant-based non è categorica sull’abolizione del consumo di carne come il vegetarianismo o il veganismo, nonostante la stragrande maggioranza delle persone che adotta questo stile di vita decida di eliminare i derivati animali dalla propria alimentazione.

Il criterio che orienta la scelta è più improntato sulla provenienza degli alimenti e sulle modalità di produzione, in primis le diete plant-based prevedono l’eliminazione di ingredienti lavorati a livello industriale, compresi farine e zuccheri raffinati.

Chi aderisce a questo filone di pensiero, è tendenzialmente considerato un consumatore attento e consapevole, le cui scelte alimentari sono influenzate da una serie di fattori che vanno dalla responsabilità sociale delle imprese produttrici alla tracciabilità dei circuiti di distribuzione.

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Alcuni dati riportati da Forbes, all’inizio della scorsa estate, evidenziano importanti volumi di crescita e testimoniano che questo mercato sta conoscendo una forte espansione, abbandonando progressivamente lo status di fenomeno di nicchia.

Il lento declino della biodiversità e dell’identità culturale

Il principio cardine che orienta un approccio alimentare sostenibile è la tutela della biodiversità e degli ecosistemi in quanto fondamenta dell’esistenza umana.

Di pari passo è necessaria una valorizzazione delle culture locali sul piano agro-alimentari che coniughi i saperi della tradizione con le innovazioni della scienza moderna, al fine di garantire la sopravvivenza dei bioritmi naturali delle specie animali e vegetali che abitano quel territorio.

Ovviamente quando parliamo di biodiversità facciamo riferimento alla biodiversità creata dall’uomo e dunque parte integrante dell’identità culturale di ogni comunità. È proprio questa che è in uno stato di pericoloso declino.

Secondo alcuni dati riportati in uno documento pubblicato dall’associazione Slow Food, da quando sono nate le prime pratiche agricole, circa 15000 anni fa, approssimativamente 10000 specie viventi siano state usate dall’uomo per alimentarsi.

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Ad oggi, si stima che 120 specie coltivate forniscono il 90% degli alimenti di origine vegetale in commercio nelle grandi catene di distribuzione; mentre 4 tipi di colture (frumento, riso, mais e patata) e 3 specie animali (bovini, suini, polli) assolvono più del 50% del fabbisogno alimentare di un uomo adulto.

Nell’arco di un secolo i dati relativi alla perdita in termini di diversità genetica sono allarmanti: circa il 97% delle varietà vegetali disponibili all’inizio del XX secolo, oggi sono da considerarsi estinte.

Ripartire dall’educazione per rendere consapevoli i consumatori di domani

Il quadro attuale rivela l’esigenza di un approccio “olistico” che ponga come valore assoluto la sovranità alimentare, definita da Slow Food come: “diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, e anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”.

In altre parole, gli Stati dovrebbero creare le condizioni favorevoli allo sviluppo della produzione su piccola scala, evitando la totale dipendenza dal commercio internazionale.

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Parlare di approccio olistico significa parlare di un tipo di approccio che tenga conto di una serie di componenti, tutte di pari importanza, promuovendo un’ottimizzazione nello sviluppo delle risorse, il dialogo tra le culture e valori di tolleranza, cooperazione e partecipazione.

Per contrastare la crisi sociale e ambientale in atto è possibile agendo sui territori e proponendo un nuovo paradigma produttivo che metta l’essere umano al centro di un contesto naturale in cui siano presi in considerazione i suoi reali bisogni biologici, i suoi valori etici e la sua identità culturale.

Il trampolino di lancio di questo complesso processo di sensibilizzazione e consapevolizzazione può essere solo il sistema scolastico, mediante un percorso educativo fondato su valori legati alla sostenibilità, senso d’appartenenza alla propria comunità, rispetto per l’ambiente in quanto bene comune, tolleranza e dialogo.

Source: marketing

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