5 business colpiti dal Coronavirus e 5 che potrebbero guadagnarci

  • La pandemia del Coronavirus ha colto tutti impreparati: scopriamo i business a livello globale che ne hanno risentito più di tutti e chi ne potrebbe trarre beneficio
  • La birra Corona ha percepito una crescita del 5% negli Stati Uniti nell’ultimo periodo di quattro settimane, nonostante l’assonanza del proprio brand con il virus

 

Oggi tutto sembra un po’ surreale. Questa nuova realtà fatta di misure di emergenza, smart working e distanze di sicurezza, ci sta catapultando un un mondo diverso da quello che conosciamo, in cui i social network ci avevano ormai abituato a connessioni strette anche se virtuali, con la teoria dei sei gradi di separazione.

Viaggiare ovunque, senza barriere, intrattenere rapporti commerciali da un capo al lato del pianeta, è stato in questa epoca il segno della globalizzazione. E ora, costretti a restare in case per salvaguardare la salute collettiva oltre che quella individuale, ci interroghiamo sempre di più sulla correttezza di certi modelli e sulla loro sostenibilità.

Molto più concretamente, però, i mercati e le borse ci ricordano che questa epidemia (che in meno di tre mesi ha assunto le dimensioni di una pandemia) ha attaccato anche le economie.

Abbiamo provato a dare uno sguardo ai business a livello globale per capire chi ci sta perdendo di più e chi invece ha tratto beneficio da questa incredibile situazione sanitaria mondiale, che ha colto tutti impreparati rispetto alla sua effettiva portata.

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I business più colpiti dall’emergenza Coronavirus

1. Travel

È una delle più grandi industrie del mondo, con 5,7 trilioni di dollari di entrate. È responsabile di circa 319 milioni di posti di lavoro, ovvero circa una persona su 10 che lavora sul pianeta. E nessun settore è stato più a rischio di quello del Travel a causa del nuovo Coronavirus.

L’industria dei viaggi ha già subito un enorme danno dalle restrizioni a viaggi e spostamenti, non ultimo il divieto imposto da Trump ai voli passeggeri dall’Europa. Secondo alcuni esperti, dalle compagnie aeree che hanno deciso di sospendere completamente alcune rotte come quelle italiane, agli hotel che hanno dovuto fare fronte alle cancellazioni dei soggiorni, fino alle crociere, si tratta della più grande crisi dopo quella dell’11 settembre.

“È il settore più direttamente e immediatamente influenzato”, ha dichiarato Mark Zandi, responsabile di Moody’s Analytics.

2. Sport

Mentre i governi di tutto il mondo oggi si impegnano per fermare la diffusione del virus, tra le principali misure per evitare il dilagare del contagio viene continuamente ribadita quella che recita “evitare gli assembramenti”. Per lo sport questo significa partite e match a porte chiuse nel migliore dei casi e rinvii e cancellazioni nel peggiore.

Se l’Italia ha già cancellato tutti gli eventi sportivi fino almeno al 3 aprile, anche in Nord America, Major League Baseball, Major League Soccer,  e National Hockey League hanno temporaneamente limitato l’accesso agli spogliatoi: solo giocatori e “staff essenziale”. L’NBA ha dovuto invece cancellare il campionato, a causa della positività di un giocatore.

La FIFA e la Confederazione calcistica asiatica hanno concordato di rinviare le partite di qualificazione della Coppa del Mondo.

In Grecia, gli spettatori non saranno presenti alla cerimonia di accensione della torcia per le Olimpiadi di Tokyo 2020 nell’antica Olimpia, mentre i campionati mondiali di atletica leggera indoor, in programma dal 13 al 15 marzo, sono stati rinviati al prossimo anno.

Anche le maratone di Parigi e Barcellona sono state rinviate. Gara senza pubblico in Bahrein per la Formula 1 e cancellati anche alcuni importanti incontri di tennis.

E così per quasi tutti gli altri impegni sportivi nelle diverse discipline in tutto il mondo.

Ma lo sport che si ferma, significa che anche gli investimenti dei brand sulle diverse gare e sui diversi eventi rischiano di finire nel vuoto.

Fonte: Ansa

3. Advertising

L’elenco dei grandi brand legati agli eventi sportivi del 2020 mostra anche le diverse forme in cui la sponsorizzazione può manifestarsi.

Airbnb, ad esempio, è uno dei nuovi sponsor olimpici che si è unito a partner di lunga data dei Giochi come Coca-Cola o Visa. Secondo l’avvocato Nick Breen, Senior Associate dello studio legale Reed Smith, dove collabora con clienti tra cui organizzatori di eventi, emittenti e inserzionisti per consulenze in materia commerciale, le implicazioni di una grande cancellazione saranno significative per i brand: “Uno sponsor potrebbe trovarsi in una posizione in cui ha pagato una somma significativa per i diritti e quei diritti sono gravemente diluiti in valore o diventano inutili. Probabilmente le aziende avranno investito risorse di marketing, forse coinvolgendo agenzie di terze parti, magari organizzando concorsi a premi per i biglietti e comunque sostenendo tempi, costi e risorse considerevoli nella preparazione dell’evento”.

L’investimento in eventi come i Giochi olimpici può impegnare anche gran parte del budget annuale dei brand e dunque un’eventuale cancellazione potrebbe rivelarsi un disastro. Gli effetti sono meno gravi quando l’evento viene semplicemente riprogrammato: la soluzione migliore in quel caso è che lo sponsor continui semplicemente a sponsorizzare l’evento.

Ma l’advertising legato ai grandi eventi non è l’unico aspetto di questa epidemia.

Analisti e ricercatori pubblicitari sostengono che se il Coronavirus riuscirà ad essere contenuto in tutti i paesi attraverso le misure già messe in atto, qualsiasi budget in annunci potrà facilmente essere riallocato entro la fine dell’anno. Se invece la crisi sanitaria si protrarrà fino all’estate, l’impatto sul settore potrebbe essere più significativo.

Inoltre, aree come lo streaming TV e i videogame potrebbero non risentire affatto dell’epidemia e anzi beneficiare della presenza di un numero maggiore di persone in casa per più tempo al giorno.

Infine, un ultimo aspetto, le aziende produttrici di beni di consumo confezionati potrebbero ridurre la spesa pubblicitaria in caso di problemi di inventario dovuti a vincoli nella catena di fornitura. In questo caso cioè, i problemi di un settore avrebbero evidenti ripercussioni anche su altri.

Anche alcuni editori online, come il New York Times, hanno indicato che il COVID-19 sta iniziando a incidere sulle vendite di advertising. Le entrate pubblicitarie sarebbero già diminuite di circa il 10% in questo trimestre a causa dell’ “incertezza e ansia per il virus”

4. Eventi

Il Mobile World Congress è stato il primo grande evento a dichiarare la chiusura a causa del Coronavirus. Poi la scelta è stata seguita anche da Facebook per il suo F8, l’evento più atteso dell’anno dedicato agli sviluppatori.

In Italia, prima la Milano Fashion Week, poi il Salone del Mobile, quindi la Milano Digital Week, hanno cancellato o rimandato gli appuntamenti previsti. Un danno non solo per organizzatori e partecipanti ma anche per i tanti espositori che grazie a questi eventi stabiliscono importanti contatti commerciali e collaborazioni.

Anche Ninja ha scelto, ancora prima che le misure restrittive fossero emanate dal governo, di rinviare N-Conference, come gesto di responsabilità verso tutti.

5. Prodotti Tech

È evidente che l’acquisto di un nuovo smartphone non sarà la priorità per moltissimi consumatori in epoca di Coronovirus. In parte per le possibili difficoltà anche economiche che molti lavoratori dovranno fronteggiare, con fabbriche e uffici chiusi, e in parte perché in periodi di crisi, diventano prioritari nella mente dei consumatori i beni alla base della piramide dei bisogni.

Altro fattore, di cui non si può fare a meno di tenere conto: la produzione di moltissimi prodotti elettronici ha subito una flessione a causa della chiusura delle fabbriche cinese per questi primi mesi dell’anno, proprio lì dove si è registrato il primo epicentro dell’epidemia. Una su tutte da ricordare, la Foxconn, fornitrice di componenti per Apple.

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I business che potrebbero crescere grazie alla pandemia da Coronavirus

1. Food delivery

Le misure di prevenzione prima e quelle restrittive poi hanno avuto come prima conseguenza tangibile che moltissime persone passino la maggior parte del proprio tempo a casa. Questo dato così semplice ed evidente ha alimentato un aumento della domanda di servizi di consegna e di servizi digitali, con Deliveroo e Netflix tra le prime compagnie ad aver visto un incremento della domanda.

Un sondaggio del fornitore di servizi di pagamento Barclaycard ha registrato una crescita del 12,4% tra i servizi di intrattenimento in abbonamento come Netflix e Now TV, mentre il food delivery ha segnato una crescita delle vendite di 8,7%.

Un dato ancora più concreto in Italia, dove dopo le 18 l’unico sistema per i ristoranti per continuare a restare aperti è quello di optare per il take away.

2. Streaming

Sebbene secondo alcuni analisti questa temporanea crescita di Netflix potrebbe rivelarsi un boomerang per la società, che nel lungo periodo rischia di non veder tramutare i nuovi iscritti in abbonamenti a pagamento, il servizio di streaming potrebbe superare le aspettative nel secondo trimestre, a causa dell’impatto dell’epidemia di Coronavirus COVID-19.

In generale il trend dello streaming video è un grande business e diventa sempre più grande. Le entrate del settore dovrebbero ammontare a 25,9 miliardi di dollari quest’anno, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 4,1%, secondo Statista.

L’analista Michael Olson di Piper Sandler ha pubblicato i risultati preliminari del suo “Netflix Navigator” trimestrale e ha riscontrato una tendenza crescente nei primi due mesi del trimestre, dimostrando che Wall Street potrebbe sottovalutare seriamente il numero di consumatori che si iscrivono a Netflix.

3. Prodotti per l’igiene e dispositivi sanitari

Certo, basta dare uno sguardo ai meme sui social perché il dato sia lampante: le persone sono preoccupate per il virus e di conseguenza anche per germi e batteri, o più in generale per l’igiene. Si rivolgono quindi a prodotti disinfettanti come Amuchina, Napisan, o Purell, Lysol, Clorox, per andare oltreoceano.

Così, nel mezzo della crescente minaccia da Coronavirus, tutti sono concentrati verso questo nuovo e invisibile nemico, da combattere con ogni arma: disinfettanti, mascherine, guanti. Negli Stati Uniti, Purell ha assistito a un picco della domanda senza precedenti.

Gli enti per il controllo della pubblicità in tutto il mondo hanno dovuto ricordare ad alcuni marchi, inquadrati come veri e propri dispositivi medici, che non è possibile promuovere questi prodotti come un qualunque detersivo per l’igiene, e dall’altro lato piattaforme come Amazon, eBay o Facebook hanno dovuto mettere al bando gli annunci allarmistici dei venditori di mascherine, i cui costi saliti alle stelle hanno richiesto anche un intervento dell’antitrust.

4. Servizi per lo smart working

Ne hanno parlato davvero tutti e lo smart working è stato finalmente una scoperta per tanti lavoratori italiani. Nonostante si sia dovuto aspettare un momento di crisi per attuarlo secondo la normativa, insomma, questa forma di lavoro agile è oggi una realtà.

Per metterlo in pratica molte aziende hanno fornito strumentazione hardware ai propri dipendenti, e comunque hanno adottato soluzioni in cloud e altri servizi di condivisione del lavoro utili nelle gestione del team.

Da G Suite a Trello e a Slack, fino all’infinita serie di possibili tool, ciascuno adatto alle diverse esigenze aziendali, il digitale sta davvero dando una mano a non fermare completamente il Paese (e il mondo).

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5. eLearning

Ne abbiamo parlato diffusamente e a più riprese anche qui su Ninja: con le scuole e Università chiuse, anche queste istituzioni hanno dovuto fare i conti in modo emergenziale con l’istruzione a distanza.

Servizi per l’eLearning, piattaforme per la creazione di classi virtuali e la condivisioni di materiali, ma anche corsi già disponibili online, come quelli di Ninja Academy, sono diventati l’alleato indispensabile per continuare a studiare e, diciamo la verità, per colmare in parte il vuoto delle giornate in casa.

Chissà che il ritorno alla normalità non ci trovi anche tutti più preparati e più colti.

E la birra Corona, ha davvero subito una crisi delle vendite a causa del Coronavirus?

La birra Corona, storico marchio di proprietà del gigante delle birre Anheuser-Busch InBev, secondo alcune fonti aveva lamentato un drastico calo delle vendite, soprattutto sul mercato cinese, a causa della assonanza del proprio brand con il virus che ha messo in ginocchio il mondo. “Per i primi due mesi del 2020 stimiamo che la diffusione del virus ha causato perdite dei ricavi per circa 285 milioni di dollari”, aveva comunicato la multinazionale, come riportato anche da La Repubblica.

Numeri riportati anche dalla Cnn, secondo cui i consumatori americani sarebbero in fuga dalla bevanda a causa dell’infelice omonimia.

Tuttavia, secondo i sito di verifica delle notizie FactCheck.org, Constellation Brands, il produttore di Corona, avrebbe affermato che le sue vendite negli Stati Uniti sono aumentate nella prima parte dell’anno e la società non ha molta esposizione ai mercati internazionali, come la Cina, che hanno subito un impatto maggiore dalla malattia.

Le vendite di Corona Extra sono cresciute del 5% negli Stati Uniti nell’ultimo periodo di quattro settimane, conclusosi il 16 febbraio.

La disinformazione sulla birra sarebbe stata alimentata proprio dal sondaggio secondo cui alcuni bevitori di birra avevano smesso di acquistare birra Corona a causa del COVID-19.

La società che aveva condotto la survey ha poi reso noto che il 38% degli intervistati “non avrebbe acquistato Corona in nessun caso”.

Source: marketing

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