Giornata mondiale dell’Ambiente: il post-Covid aiuterà l’ecologia?

Sono passati quasi 50 anni da quando le Nazioni Unite hanno indetto la prima Giornata Mondiale dell’Ambiente, celebrata per la prima volta il 5 giugno del 1974 con lo slogan “Only One Earth”.

In quegli anni, l’umanità cominciava giusto a rendersi conto del proprio impatto sul mondo. Gli studi ecologisti erano appena all’inizio, ma già si delineava uno scenario drammatico, con una curva che, gli esperti annunciavano, ci avrebbe portato al collasso entro pochi decenni. Bisognava invertire subito la rotta, dicevano.

E invece, così non è stato. All’epoca il mondo era popolato da meno di 4 miliardi di persone, e oggi siamo arrivati a più di 7. Il numero di automobili non ha fatto che crescere, così come il consumo di carne, lo sfruttamento selvaggio delle risorse, l’inquinamento di fiumi e mari.

Addirittura, molti hanno continuato ad additare figure che combattevano per l’ambiente come Greta Thunberg come “uccelli del malaugurio” e a considerare la crisi climatica una specie di esagerata leggenda. Gli sforzi per contrastare la crisi sono stati pochi e poco decisi, specialmente da parte dei governi, e la situazione ha continuato a peggiorare senza che nessuno ci facesse particolarmente caso (l’aria a Milano era irrespirabile a inizio anno, ma nessuno si preoccupava delle morti e malattie dovute anche a questo).

Tutto è andato avanti come se nulla fosse. Almeno fino a quando un’altra crisi ci ha colpito: il Coronavirus.

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Tutti ambientalisti ai tempi del Covid

Un virus è riuscito in poche settimane a fare ciò che in quasi 50 anni privati, aziende e governi avevano solo immaginato: a ripulire i cieli, a far tornare trasparenti i mari, a bloccare i fumi che escono dalle fabbriche e i liquami che vengono gettati nei fiumi.

Un virus ci ha bloccati in casa e costretti al silenzio, mentre la Natura si prendeva una meritata vacanza. Tanto è stato esplicito il sospiro di sollievo che la terra ha tirato, che alcuni hanno anche voluto vederci quasi una sua “vendetta” per il modo in cui la trattiamo.

Chiaramente questa è una teoria un po’ troppo animista per essere riconosciuta, ma effettivamente ci sono fonti autorevoli che suggeriscono una correlazione tra l’insorgenza del Coronavirus e crisi climatica: abbiamo già parlato in un altro articolo di come la riduzione degli ecosistemi e della biodiversità abbia aumentato drasticamente le zoonosi, cioè malattie trasmesse all’uomo dagli animali, tra cui probabilmente c’è anche il Covid-19. E ancora, l’Università di Harvard ha stabilito una forte correlazione tra polveri sottili e tasso di mortalità del Coronavirus.

Insomma, tra queste notizie uscite sui giornali, le foto di coniglietti nei parchi e di delfini nei porti che hanno invaso i social, e l’aria incredibilmente pulita e fresca che potevamo respirare dalle finestre quando eravamo chiusi nelle nostre case, finalmente una consapevolezza ecologista ha colpito i più.

E forse, dico forse, questa potrebbe essere la miglior cosa che potesse succedere per la lotta al cambiamento climatico. Se ci impegniamo abbastanza, quantomeno.

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Nelle mani di chi?

Come abbiamo visto in questo articolo, uno studio Ipsos condotto dal 21 febbraio al 6 marzo 2020 in 29 nazioni, tra cui l’Italia, ha indagato come il mondo vede il cambiamento climatico e il Covid-19. Per il 71% delle persone il cambiamento climatico deve considerarsi una crisi quanto la pandemia.

Il consumo sostenibile, già in crescita in tempi non sospetti prima della pandemia, diventerà probabilmente una priorità maggiore per i consumatori (specialmente se gli Stati riusciranno a renderlo economicamente sostenibile).

Un sondaggio effettuato nel Regno Unito ha evidenziato come il 45% dei cittadini, colpiti dalla qualità dell’aria durante il blocco, si sia dichiarato interessato a comprare un’auto elettrica; erano solo il 17% coloro che avevano già pensato di acquistarne una prima.

I singoli quindi, anche alcuni di quelli che fino a pochi mesi fa additavano Greta come il male del mondo, potrebbero quindi finalmente iniziare a fare attenzione alla propria impronta ambientale, a comprare meno plastica, consumare meno carne, risparmiare energia in casa. Una grande vittoria, certo, ma abbastanza per invertire la tendenza?

No purtroppo, ormai lo sappiamo bene.

Non basta lo sforzo dei privati: servono azioni drastiche e congiunte da parte dei governi, dei potenti, di chi detiene i capitali. Serve che l’economia green diventi non solo “cool” ma anche conveniente.

E questo dramma che abbiamo appena vissuto come popolazione del mondo, sarà probabilmente l’ago della bilancia: la direzione che i potenti faranno prendere alla “ricostruzione” post-Covid sarà determinante.

Perché se da una parte ci sono Stati come la Polonia e la Repubblica Ceca, che proprio in questi giorni propongono di mettere da parte gli investimenti Green per concentrarsi sulla risoluzione della crisi attuale, dall’altra fortunatamente molti Paesi ritengono vero quello che ha detto Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea: Prima o poi i nostri scienziati e ricercatori troveranno un vaccino contro il Coronavirus. Ma non c’è vaccino contro i cambiamenti climatici. Per questo motivo l’Europa deve ora investire in un futuro pulito“.

E l’intreccio politico ed economico che il Covid ha causato sta finalmente creando le condizioni perché questo possa avvenire abbastanza velocemente da essere efficace.

Giornata mondiale dell'ambiente 2020Giornata mondiale dell'ambiente 2020

Il mondo post-Coronavirus può essere più green

Dopo la crisi finanziaria del 2008, gli economisti hanno rilevato che i progetti verdi creano più posti di lavoro, offrono maggiori rendimenti a breve termine per ogni dollaro speso e portano ad un aumento dei risparmi sui costi a lungo termine, rispetto ai tradizionali stimoli fiscali.

In quest’ottica, la nuova crisi che ci troviamo ad affrontare ci offre l’opportunità unica, dovendo risolvere adesso problemi legati ai trasporti, al lavoro, alla socialità etc., di accelerare cambiamenti che altrimenti rischiavano di andare per le lunghe e diluire la propria utilità.

Trasporti post-Covid

Il primo ambito in cui vedremo sicuramente conseguenze notevoli sarà quello dei trasporti, che è destinato a cambiare velocemente in quantità e qualità.

Con il passaggio allo smart working che (si spera) verrà mantenuto quanto più possibile da molte aziende, la riduzione dei posti disponibili sui mezzi pubblici e la chiamata dell’OMS a “utilizzare la bicicletta quanto più possibile”, molti governi si stanno attivando con piani ingenti per migliorare la mobilità delle città.

Parigi, Londra e Milano sono tra le avanguardie europee, con piani da svariati milioni di investimento. A questo si aggiungono gli incentivi del governo italiano per la mobilità post Covid, che per caso o per fortuna vanno tutti nella stessa direzione green.

Giornata mondiale dell'ambiente 2020Giornata mondiale dell'ambiente 2020

Lo smart working è qui per restare?

Poi c’è il lavoro: finalmente lo smart working è sulla bocca di tutti, e tra alti e bassi ha dimostrato di sapersi difendere come modalità lavorativa alternativa, soprattutto nella Fase 2 in cui si è potuto coniugare con regole un po’ meno rigide di clausura.

Uno studio appena pubblicato da Enea ha analizzato il suo impatto in 29 amministrazioni pubbliche, evidenziando come la mobilità quotidiana del campione esaminato si sia ridotta di un’ora e mezza in media a persona. Durante l’emergenza Covid, il numero dei lavoratori agili in Italia è raddoppiato superando il milione, ed è auspicabile che lo smart working rimanga a questo punto una modalità lavorativa da implementare stabilmente per molte realtà.

“Basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”, spiega Marina Penna dell’Unità Studi, Valutazioni e Analisi di ENEA.

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L’impatto di Internet sull’ambiente

Il digital sembra aver modificato le nostre vite in meglio in pochi attimi, pensando ad esempio allo smart working: tutto è più semplice, immediato, non richiede spostamenti. Eppure anche Internet ha il suo peso ambientale.

Questo mondo virtuale non si trova collocato da qualche parte nel cloud, ma per utilizzare rapidamente il nostro motore di ricerca preferito o per fare shopping online, abbiamo bisogno di qualcosa di tangibile, così come per lo streaming video o per il gaming online.

Oltre a influenzare e cambiare il comportamento dei consumatori, il digitale ha un’infrastruttura molto materiale, che non è priva di impatto energetico e ambientale.

Secondo i dati di Google, la ricerca sul browser utilizza in media circa 0,0003 kWh di energia, pari a circa 0,2 grammi di CO2, vale a dire l’equivalente di accendere una lampadina da 60W per 18 secondi. Ma poi – secondo Google ogni anno vengono effettuate più di 2 trilioni di ricerche (1.000.000.000.000.000). Quindi questa lampadina potrebbe rimanere accesa per più di un milione di anni! Ciò che all’inizio sembra incredibilmente piccolo si trasforma in qualcosa di notevole impatto, visti i trilioni di volte in cui viene eseguita.

Secondo un report di Greenpeace, “Si stima che l’impronta energetica del settore IT consumi già circa il 7% dell’elettricità globale. Con un previsto triplice aumento del traffico globale di internet entro il 2020, l’impronta energetica di internet aumenterà ulteriormente, alimentata sia dal nostro consumo individuale di dati che dalla diffusione dell’era digitale a un numero maggiore di persone nel mondo, da 3 miliardi a oltre 4 miliardi a livello globale”.

Se tutto questo non fosse abbastanza, anche cryptocurrency e blockchain hanno aggiunto ulteriore impatto energetico del mondo virtuale su quello fisico.

E il carbone?

Una delle opportunità più “golose” per gli ecologisti è ciò che sta succedendo in ambito petrolifero.

Il comparto petrolifero non sarai mai più lo stesso. Penso che questa crisi cambierà le strategie della società, come è successo dopo l’Accordo di Parigi”, ha dichiarato Ben van Beurden, amministratore delegato della Shell.

Il consumo mondiale di petrolio è calato del 30%, cioè 70 milioni di barili al giorno invece che 100, e il prezzo è crollato. Si è rafforzata la consapevolezza che il picco della domanda di petrolio sia prossimo o addirittura già passato, e che il futuro preveda una strutturale riduzione dei consumi.

Questo scossone potrebbe avere anche un effetto positivo sulle multinazionali petrolifere, obbligandole ad accelerare i timidi tentativi in corso di diversificazione verso le rinnovabili.

Se a tutto ciò aggiungiamo la riduzione dei consumi prevista per il post-Covid per l’impatto sul trasporto legato al probabile mutamento degli stili di vita e di lavoro visto sopra, lo scenario che si prospetta è molto più verde.

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Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020: gli effetti di una rivoluzione green

Tutto questo vuole essere una visione positiva (ma ragionata) di alcuni degli effetti che la ripresa post Coronavirus potrebbe avere sull’ambiente.

Certo, è una visione rosea (anzi, verde). Potrebbe succedere anche l’opposto. Potremmo tutti rinchiuderci nelle nostre vecchie auto inquinanti per paura del contatto con gli altri, essere così presi dai nostri problemi contingenti da dimenticarci le buone abitudini ecologiche che avevamo preso durante la pandemia, etc etc.

Sicuramente è uno sforzo che dobbiamo fare tutti, collettivamente, soprattutto i nostri governanti (adeguatamente pungolati dall’opinione pubblica).

Al momento, come sempre dopo ogni grande crisi, siamo sulla cresta dell’onda del cambiamento: è possibile tutto e il contrario di tutto. Questa crisi può essere distruzione o opportunità, come abbiamo visto in altre occasioni.

Più che mai sta a noi, dal singolo cittadino al capo di governo, prendere le giuste decisioni perché tutto ciò avvenga. La Natura ci ha dato una grande opportunità, anche se non la vediamo. Cerchiamo di coglierla.

Source: marketing

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